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MIRANDA JARRETT: La scommessa di Bethany

Londra, 1805
Proprietaria insieme alle sorelle di una rinomata casa da gioco londinese, Bethany è abituata a frequentare i più eleganti aristocratici, ma preferisce dedicare gran parte delle proprie risorse ai poveri. E l’ufficiale in fila davanti alle cucine di Penny House per ricevere un piatto di minestra attira immediatamente la sua attenzione, forse perché dietro l’atteggiamento dimesso e l’uniforme lacera le pare di intuire un passato misterioso. Il maggiore William Callaway, tuttavia, non è lì per avere un pasto caldo, bensì per indagare sugli omicidi che stanno decimando i superstiti del suo ex battaglione, reduci dalla Guerra Peninsulare e dal momento che la vicenda potrebbe coinvolgere anche lei, Bethany decide di aiutarlo.
Ancora devo capire di che scommessa parla il titolo, ma tutto mi aspettavo fuorché un libro così piatto, privo di emozioni forti.
Bethany, insieme alle sorelle Amariah e Cassia (ciascuna protagonista di un proprio libro) gestisce una casa da gioco. Lei, nello specifico, si occupa della cucina e usa distribuire ai poveri parte di ciò che viene cucinato da lei. Per questo davanti alla porta della sua cucina si accumula sempre una fila di bisognosi. Un giorno tra questi si presenta un uomo aitante, vestito di una logora divisa e con il corpo segnato dalle ferite di guerra. Il suo fascino è innegabile e anche Bethany ne rimane vittima. Il maggiore William Callaway, questo è il nome dello sconosciuto, si presenta alla mensa dei poveri perché vuole scoprire chi è l’artefice delle morti per avvelenamento che hanno ucciso dei reduci che avevano ricorso alla mensa dei poveri e che appartenevano tutti alla sua compagnia. Dietro c’è qualcuno che vuole colpire lui.
Nonostante le differenze sociali (Bethany crede che William sia povero quando, invece, è il figlio cadetto del marchese di Beckham) e l’iniziale diffidenza (William sospetta di Bethany per le morti, ma solo all’inizio, e viceversa) i due si innamorano. Prima del lieto fine, però, devono dirsi reciprocamente la verità e scoprire il vero colpevole.
Tutto è molto scorrevole, fin troppo. Il cattivo è chiaro da subito, anche se non è che abbia delle motivazioni per il suo gesto molto profonde. E il mistero viene risolto in maniera banale e frettolosa.
I personaggi sono abbastanza nella norma, lui forse un po’ più interessante di lei per le sue ferite e traumi di guerra. Lei è dolce, ma così dolce da far venire la carie ai denti; noiosa ma così noiosa da far addormentare la lettrice.
Il personaggio che mi è piaciuto di più è quella che, nella mente dell’autrice doveva essere una cattiva: la perfida sorella di lui, Portia, che, nella sua natura manipolatrice, maliziosa e anche perfida, almeno fa qualcosa di interessante, come far credere a Bethany di essere l’amante di William.
Potete leggerlo se volete una elttura tranquilla, non troppo coinvolgente. In futuro, non so quando, leggerò la storia di Amariah, La scommessa del duca, speriamo sia migliore.(2 cuori)

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