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MARIANGELA CAMOCARDI: La signora del lago

IL SUO DESIDERIO ERA VENDICARSI, ORA DESIDERA SOLO LUI
Fingendosi un’istitutrice, Enrichetta Donati accede all’aristocratica dimora del conte Montefuschi. Enrichetta però ha un piano segreto: vendicare la sorella, sedotta dal cinico libertino Almerico, erede del gentiluomo. I progetti della giovane donna sono però ostacolati dall’intervento del fantasma di Arabella, che si aggira tra le antiche mura, e dalle insidie di Teodora, l’altera contessa. Ma un’indesiderata attrazione per Almerico sconvolge il suo cuore: potrà Enrichetta davvero ignorarla?
Difficilmente mi capita di leggere un libro in cui non riesco a trovare nulla di accettabile. Questo è il caso di La signora del lago, un vero tormento lungo 314 pagine. Già da tempo dico che questa autrice, di cui in passato ho letto libri che mi erano piaciuti, ha perso l’ispirazione. Questo libro era, a dir poco, monotono.
La trama: Enrichetta Donati cerca di ritrovare la sorella scomparsa. Una segnalazione le dice che la sorella aveva una relazione con il giovane Almerico Montefuschi e che, probabilmente è fuggita con lui. Il caso vuole che dal prete del suo paese, al quale si è rivolta per confidare le sue pene, conosce il conte Estorre Montefuschi, padre di Almerico, che la assume come istitutrice di una piccola trovatella, Sabrilla, che ha accolto in casa sua. Enrichetta afferra al volo l’occasione per poter indagare sulla scomparsa della sorella. A casa Montefuschi trova la perfida contessa Teodora (il conte Estorre nel frattempo è morto) che tratta tutti con grande crudeltà. È lei che, di punto in bianco, combina un matrimonio d’interesse tra Enrichetta ed Almerico per consentire a quest’ultimo di accedere alla sua eredità. Poi le cose si ingarbugliano ulteriormente fino a un finale piuttosto rocambolesco e poco credibile.
Cosa apprezzare di questo romanzo? Praticamente nulla.
Cosa criticare? Avrei l’imbarazzo della scelta. Partiamo dai personaggi: inconsistenti, non hanno sfaccettature e sono divisi troppo nettamente tra buoni e cattivi: Teodora, la cattivona della situazione, dispiega verso tutti la sua crudeltà. Persino il figlio è solo una pedina nelle sue mani. Un personaggio decisamente odioso.
I due protagonisti sono anonimi. Pagine e pagine piene dei loro litigi e poi, da una riga all’altra, sono innamorati. Non hanno una vera storia, perché il centro dell’attenzione è sempre sulle manipolazioni di Teodora.
Ma l’elemento veramente insopportabile è il linguaggio artificiosamente ricercato dell’autrice. La Camocardi sostiene di voler riprodurre la lingua sette-ottocentesca ma scorda di rivolgersi a un pubblico del XXI secolo. La sua presa troppo articolata e il suo lessico ricercato, secondo me spesso usato a sproposito, fanno letteralmente addormentare sul libro (e lo dico per esperienza personale).
Vi propongo alcune meravigliose trovate espressive dell’autrice:
-         pag 20 “essere stata colta in fragrante” (spero solo che sia un refuso di stampa)
-         pag 45 “l’asse di briscola” (che vuol dire? Qualcuno me lo sa spiegare? Io conosco solo l’asso di briscola)
-         pag 65 “pavesata in un’uniforme grigia” (e usa il verbo pavesare come sinonimo di essere vestito, abbigliato almeno altre due volte)
-         pag 163 “Di conseguenza ho dovuto assumere le tempestive contromisure per garantirmi lo status quo confacente a una dama del mio rango” (uso inappropriato del latino. Status quo ante indica una condizione precedente a un evento che l’avrebbe trasformata. Qui andava, semmai, usato solo il termine status che di solito indica la condizione sociale)
-         pag 197 “l’immagine di fresca bellezza offerto da Enrichetta” (errore di grammatica: mancato accordo sostantivo-aggettivo. A scuola lo considero errore grave nei temi).
-         Pag 225 “Aveva una carnagione così morbida” (che significa? Di solito la carnagione è pallida, chiara, rosea ecc. ma non morbida…)
In conclusione, ancora una volta meglio evitare questo libro della Camocardi.
Il mio consiglio: NON LEGGETELO.(1 CUORE)

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