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ANDREA CAMILLERI: La luna di carta

La luna di carta è una sorta di miraggio che ti viene posto davanti a gli occhi e ti fa credere che ci sia una cosa che non c’è. Nella risoluzione di questo caso a Montalbano vengono fatte intravedere molte lune di carta, ma lui, al solito, va al di là di esse e riesce a risolvere l’ennesimo caso di omicidio a Vigata. Stavolta a morire in modo misterioso è Angelo Pardo, trovato morto nella stanzetta della sua terrazza con il volto deturpato da un colpo d’arma da fuoco e l’organo sessuale (cabasisi) in bella vista. Subito si capisce che si tratta di un delitto passionale e il povero commissario inizia una lunga ricerca che lo porta a conoscere le donne della vita di Angelo Pardo. Sono essenzialmente due: Elena, l’amante, una donna sposata con un uomo più grande e da sempre impotente che la spinge a relazioni extraconiugali di cui vuole gestire l’andamento; e Michela, la sorella, una strana figura, ambigua e inquietante, dal legame molto particolare con il fratello.
Stavolta sono stata molto brava: non ho letto il finale in anticipo, quindi la lettura ha tratto giovamento dalla curiosità di conoscere chi fosse l’assassino e, caso ancora più strano, l’avevo perfino indovinato! Naturalmente non vi sto a dire chi fosse.
Vi anticipo comunque, che l’omicidio di Angelo Pardo è anche legato a delle misteriose morti per droga che coinvolgono eminenti personaggi politici di Vigata. L’indagine di Montalbano quindi, si intreccia con quella di Mimì Augello su un giro di droga mal tagliata che sta causando varie morti. È proprio quando il paese e i personaggi immaginari di Camilleri si intrecciano con fatti che hanno un qualche aggancio con la realtà che l’autore dà libero sfogo a quella vena di ironia e di sarcasmo tipicamente siciliana e in cui sottolinea dei commenti molto azzeccati. Al riguardo mi ha molto colpita quando Montalbano dice al collega che si sta occupando del traffico di droga che vede coinvolti uomini politici di Vigata:
“Hai visto che gli sta capitando ai giudici di Mani pulite? Gli viene rinfacciato che sono loro i responsabili dei suicidi e delle morti d’infarto di alcuni imputati. Sul fatto che gli imputati erano corrotti e corruttori e si meritavano il carcere si sorvola: secondo queste anime belle il vero colpevole non è il colpevole che, in un momento di vergogna, si suicida, ma il giudice che l’ha fatto vergognare”
Non è quanto è successo alcuni giorni fa in Parlamento con l’ex giudice di Milano D’Ambrosio?

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