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SIMONETTA AGNELLO HORBY: Boccamurata

Chi è stata la madre di Tito? Una poco di buono come dicono certe voci cattive? O una signora di buona famiglia costretta a “sparire”, come ha sempre detto il padre Gaspare?
Tito è alla guida di un pastificio, fonte non solo di ricchezza ma anche di conflitti, tensioni e invidie in seno a una famiglia allo sbando. È soltanto la sua autorità a tenerla insieme, a volerla unita, con il sostegno forte della mite presenza della vecchia zia Rachele: la zia ha vegliato su Tito e poi sui figli di lui e non ha perso la capacità di intuire anche quello che le si vorrebbe tener nascosto, ma nel suo sguardo cominciano ad affiorare a poco a poco ricordi confusi e brandelli di segreti  custoditi tenacemente per più di mezzo secolo.
A smuovere ulteriormente le acque torbide, insieme alla bellissima Irina, spregiudicata e intraprendente, arriva all’improvviso Dante, figlio di una ex compagna di collegio della zia. E c’è chi sospetta oscuri moventi. Quanto più la storia si apre a inattesi sviluppi nel presente, tanto più il passato viene folgorato da una nuova luce e il mistero che nascondeva si dischiude lentamente con la forza di una grande storia d’amore. Ancora una volta, sono al centro della scrittura di Simonetta Agnello Hornby la famiglia come covo di sentimenti innominabili, la lotta per la roba, la sensualità di uomini e donne. Sullo sfondo, una Sicilia modernissima e viva, una Sicilia che cambia inesorabilmente.
Terzo e, probabilmente, ultimo capitolo di quella che l’autrice stessa ha definito la sua trilogia siciliana costituita da La Mennulara, La zia marchesa e ora da Boccamurata.
Dopo averli letti tutti e tre ritengo che essi costituiscono una lenta caduta di originalità e di costruzione di trame commoventi. La Mennulara per me è stato il libro più bello, coinvolgente, drammatico di questa autrice: uno splendido debutto.
Su La zia marchesa sospendo il giudizio perché, in effetti, l’ho letto in un periodo un po’ particolare della mia vita; l’ho finito in una nottata insonne in un momento in cui la mia vita stava cambiando profondamente. Forse la mia concentrazione non era al massimo, ma questo libro non mi è rimasto particolarmente impresso.
Quest’ultimo è stata la prova definitiva… non mi è piaciuto per nulla. L’ho trovato un’accozzaglia di episodi totalmente scollegati e frammentari. Un libro basato più sul non detto che il detto, sulle bugie, sui segreti, sulle vite nascoste nel passato come nel presente. I personaggi sono semplicemente abbozzati, nessuno di loro è veramente ben sviluppato, affascinante, memorabile.
La trama in sé è veramente sconvolgente: soprattutto mi stupisce la tacita accettazione da parte del protagonista di una verità che avrebbe potuto distruggerlo. Quando Tito scopre la tanto sospirata identità della madre, quel segreto che l’aveva fatto vivere da eterno adolescente, che non lo aveva mai fatto maturare (in fondo non aveva avuto modo di superare il complesso di Edipo); ed è una identità ancora più sconvolgente di quello che pensava, non fa una piega. Non ha un moto di ripulsa, un senso di sdegno (Edipo, al contrario, era arrivato ad accecarsi). In cambio il moto di ripulsa è abbastanza forte nella sottoscritta. L’autrice ha fatto leva sui tradizionali temi della letteratura siciliana: la famiglia con i suoi contrasti interni; l’ereditarietà delle colpe; le tare di famiglia; l’attaccamento alla roba, in questo caso il pastificio di famiglia. Insomma l’immagine di una Sicilia che cambia per non cambiare, come avrebbe detto il Principe di Salina.
I capitoli sono troppo brevi, a volte sospesi in aria. Troppo non detto. Nulla di veramente profondo, drammatico e appassionante.

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