domenica 19 aprile 2020

SIMONETTA AGNELLO HORNBY: La monaca


Messina, 15 agosto 1839. In casa del maresciallo don Peppino Padellani di Opiri fervono i preparativi per la festa dell’Assunzione della Vergine. Agata – tredicenne figlia del maresciallo – è innamorata del ricco Giacomo Lepre, ma, benché ricambiata, è costretta a rinunciare al suo amore: la nobiltà della famiglia non basta a compensare il dissesto economico. Alla morte del maresciallo, la madre la porta con sé a Napoli e la forza a entrare in convento. Nel monastero benedettino di San Giorgio Stilita si intrecciano amori, odi, rancori, gelosie, passioni illecite e vendette. Eppure Agata, dopo lo scoramento iniziale, si appassiona allo studio e alla coltivazione delle erbe medicinali, impara a fare il pane e i dolci e, confortata dalla rigida scansione della giornata monastica, legge i libri che il giovane capitano James Garson (incontrato sul piroscafo che l’ha condotta a Napoli) le manda con regolarità. Agata ha accettato la vita del chiostro, ma il desiderio di vivere nel mondo non l’ha abbandonata ed è incuriosita delle sorti dei movimenti che aspirano all’Unità d’Italia. La contraddizione si fa sempre più netta, anche se i sentimenti verso Giacomo cominciano a sbiadire e cresce l’attrazione nei confronti di James, presenza costante – benché sottotraccia – nella sua vita. Quando più si inasprisce il conflitto interiore, tanto più il futuro si colpa di orizzonte e di speranza. Sorella mediterranea delle eroine di Jane Austen, che infatti legge appassionatamente, l’Agata di Simonetta Agnello Hornby porta con sé una forza spirituale nuova, modernissima. Una forza, una determinazione – di giovane donna fedele a se stessa e ai propri sentimenti – da leggere a partire dal nostro tempo per arrivare al suo.
Questo libro è un grande boh!
La trama, seppur abbastanza già sentita, poteva avere dei buoni spunti che, a mio avviso, sono stati sviluppati in maniera piuttosto sommaria. Il contenuto ben si prestava ad avere uno sviluppo da grande romanzo storico, invece alcuni spunti sono stati solo accennati (ad esempio, per quanto riguarda i moti risorgimentali). Questo, però, non avviene per dare maggiore spazio allo sviluppo dei personaggi. La sensazione è quella di aver messo, inutilmente, molta carne al fuoco.
Alcuni personaggi sono ritratti in maniera tradizionale: la nobiltà siciliana cieca, ostentatrice e sprecona; la nuova generazione borghese illuminata… Anche in questo caso, tutto molto abbozzato. Agata non ha un comportamento ben definito e chiaro, oscilla tra varie scelte senza che se ne capisca il motivo. I suoi comprimari sono del tutto anonimi.
Stile piacevole, secondo me meglio riuscito nelle parti descrittive, un po’ troppo didascalico in quelle di ricostruzione storica. Ho apprezzato la descrizione di usi e costumi del tempo. Non amo, in questa autrice, l’introduzione casuale e immotivata di parole siciliane non amalgamate al resto del lessico.

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