sabato 19 febbraio 2022

TARA WESTOVER: L’educazione


 

Tara, la sorella Audrey e i fratelli Luke e Richard sono nati in una singolare famiglia mormona delle montagne dell’Idaho. Non sono stati registrati all’anagrafe, non sono mai andate a scuola, non sono mai stati visitati da un dottore. Sono cresciuti senza libri, senza sapere cosa succede nel mondo o cosa sia il passato. Fin da piccolissimi hanno aiutato i genitori nei loro lavori: in estate stufare le erbe per la madre ostetrica e guaritrice, in inverno lavorare nella discarica del padre, per recuperare metalli. Fino a diciassette anni Tara non aveva idea di cosa fosse l’Olocausto o l’attacco alle Torri gemelle. Con la sua famiglia si preparava alla sicura fine del mondo, accumulando lattine di pesche sciroppate e dormendo con uno zaino d’emergenza sempre a portata di mano. Il clima in casa era spesso pesante. Il padre è un uomo dostoevskiano, carismatico quanto folle e incosciente, fino a diventare pericoloso. Il fratello maggiore Shawn è chiaramente disturbato e diventa violento con le sorelle. La madre cerca di difenderle, ma rimane fedele alle sue credenze e alla sottomissione femminile prescritta. Poi Tara fa una scoperta: l’educazione. La possibilità di emanciparsi, di vivere una vita diversa, di diventare una persona diversa. Una rivelazione. Tara Westover dimostra una capacità  di introspezione che distingue i grandi scrittori, creando una storia universale di formazione che mira al cuore di ciò che l’educazione ha da offrire: la prospettiva di vedere la propria vita con occhi nuovi e la volontà di cambiarla.

Tara Westover è una giovane ricercatrice di Storia che ha scritto questo suo primo libro sulla sua storia personale.

Il personaggio principale è, naturalmente, Tara stessa che racconta la sua vita familiare da quando era bambina fino alla maturità. Attorno a lei ruota tutta la sua numerosa e stramba famiglia. Dal padre, mormone, convinto che la fine del mondo sarebbe stata imminente e che loro sarebbero stati gli eletti che si sarebbero salvati. È un padre decisamente tirannico, nonché, come si scoprirà nel tempo, affetto da sindrome bipolare che lo porta a fasi umorali diametralmente opposti. La madre, ogni tanto, mostra uno spiraglio di sensatezza che però viene risucchiata dall’imperiosità del marito. Infine c’è il fratello Shawn, un uomo violento che riversa sui fratelli la propria frustrazione.

I temi interessanti di questo libro sono davvero tanti. Si parte della cecità di questi genitori che non rivelano all’anagrafe i figli, non fanno frequentare loro la scuola, li sfruttano in lavori pericolosi. Nella loro cecità non credono nella scienza, né nella medicina, usano rimedi omeopatici anche per le ferite più gravi. Infine, il tema centrale, come si intuisce dal titolo, dell’educazione, unico mezzo di riscatto per la giovane Tara. Faceva tenerezza la giovane donna dell’Idaho, ignaro anche delle cose più banali, come il fatto che debba studiare il libro, non solo guardare le immagini fino ad arrivare a questioni ben più pesanti come l’Olocausto. Il suo percorso di emancipazione la costringerà a rompere definitivamente con una famiglia che definire disfunzionale è davvero poco.

L’autrice racconta in prima persona la sua storia quindi è inevitabile che abbia un tono in alcuni momenti accorato. Lei racconta con estrema precisione raccattando i suoi ricordi e facendo riaffiorare quanto aveva nel tempo diligentemente segnato sul suo diario. È stata molto brava a evidenziare quello stato d’animo sconfortato dal rifiuto e quella identità spezzata dall’abbandono della famiglia attraverso una scrittura che comunque rimane molto lucida.

KAREN MARIE MONING: Il bacio dell’Highlander

 

Stregato da un potente incantesimo, Drustan MacKeltar ha dormito per quasi cinque secoli nascosto nelle profondità di una grotta, fin quando un improbabile salvatore lo ha svegliato: una ragazza seducente come nessun’altra. Gwen Cassidy è venuta in Scozia per scuotere la sua vita monotona e forse incontrare un uomo. Come poteva sapere che cadere in un burrone l’avrebbe spedita tra le braccia dell’uomo più affascinante che avesse mai visto? Nel futuro del mondo di Drustan restano solo le rovine, e lui sa che deve tornare al passo se vuole salvare il suo popolo; ma per farlo ha bisogno di avere al suo fianco una donna unica. Legato a Drustan da una passione più forte del tempo, Gwen si trova nella Scozia del XVI secolo dove un nemico infido complotta contro di loro, al fianco di un guerriero in grado di cambiare la storia e sfidare ogni istante del tempo per la donna che ama.


sabato 5 febbraio 2022

MARY SHELLEY: Frankeinstein

Nel 1816 Lord Byron, durante una sera tempestosa nella sua villa a Ginevra, propone ai suoi ospiti – Mary e Percy Shelley, e William Polidori – di scrivere, per gioco, un racconto dell’orrore. Ricollegandosi al mito di Prometeo, Mary scriverà Frankeinstein. Una storia che è un groviglio etico, un ragionamento profondo sull’origine della vita: l’angosciante storia di uno scienziato che conduce macabri esperimenti nel tentativo di restituire la vita ai cadaveri. Una favola terribile capace di imporsi con la forza delle immagini e la sua autonomia di mito universale. Uno sconvolgente racconto dell’orrore in cui il mostro è più umano del suo creatore.

Mary Shelley non credo che abbia bisogno di grosse presentazioni. Vorrei invece sottolineare come l’autrice abbia scritto questo testo a soli 17 anni per una sorta di gioco letterario inventato da Byron  quando aveva lei, il marito e William Polidori ospiti a villa Diodati. La Shelley prende spunto dal mito di Prometeo, il titano ribelle.

Frankeinstein rappresenta la forza della ragione, del sapere scientifico, il desiderio di superare il limite della conoscenza, se esso esiste. Egli, addirittura, si spinge fino a creare la vita, cosa che nessuno aveva mai tentato di fare. L’esaltazione della creazione dura ben poco, fino a quando si trova di fronte alla creazione e si rende conto di aver creato un mostro. Da quel momento la sua coscienza è perseguitata dall’idea del mostro creato.

Dall’altra parte il mostro scatena nel lettore una duplice reazione: da una parte si prova ribrezzo per la sua violenza e la sua sete di vendetta, dall’altra parte si prova pena e tenerezza per il destino di solitudine a cui è condannato. Nessuno può andare oltre il suo aspetto fisico e percepire il desiderio di amore che lo anima. Questo lo induce a odiare il genere umano, anche perché si rende conto di non farne parte appieno.

Al di là di quello che può essere, secondo i critici, il tema che la Shelley voleva trasmettere, ossia la dipendenza del sapere scientifico della fede, unica portatrice della verità, secondo atmosfere e suggestioni romantiche presenti anche nel testo, io ci ho visto anche una riflessione sulla diversità e la capacità di accettazione e inclusione. Il mostro è condannato ad essere rifiutato a causa del suo aspetto esteriore. Nessuno è in grado di andare oltre. Quando il mostro parla liberamente, lascia intravedere la sua anima, anche se in teoria non ne ha, e il suo cuore. Poi però il suo istinto distruttore ha la meglio.

La struttura del racconto, che immaginiamo scritto in un periodo piuttosto breve, è abbastanza complessa. Abbiamo tre narratori interni che sono rispettivamente Mr Walton, l’esploratore, che crea una cornice alla storia, che incontra Mr Frankeinstein che gli racconta la sua storia e che gli riferisce anche il racconto del mostro. A questa struttura abbastanza complessa si accostano degli espedienti della trama piuttosto ingenua, a mio parere. Ad esempio, quando viene ucciso il giovane fratello del protagonista, per qualche motivo si deve pensare subito che il responsabile sia il mostro, dal momento che non si hanno sue notizie da tempo e non si può sapere dove si trova? Come questo ci possono essere altri esempi. Per il resto la scrittura è fluida, lineare, ben bilanciata, molto ben tradotta in maniera abbastanza contemporanea, pur mantenendo quel po’ di profumo di antico.

Non è certamente un libro che appartiene al mio genere preferito. Mi sono ripromessa di recuperare diversi classici e intanto l’ho fatto con questo. Mi ha appassionato e interessato a fasi alterne, ho preferito le scene in cui era protagonista il mostro e quelle in cui dovevo seguire le elucubrazione di Frankeinstein. L’aspetto horror, per  mia fortuna, è abbastanza limitato; c’è più che altro un’atmosfera inquieta.

 

sabato 29 gennaio 2022

LAINI TAYLOR: Il sognatore

 

È il sogno a scegliere il sognatore, e non il contrario. Lazlo Strange ne è sicuro, ma è anche assolutamente certo che il suo sogno sia destinato a non avverarsi mai. Orfano, allevato da monaci austeri che hanno cercato in tutti i modi di estirpare  dalla sua mente il germe della fantasia, il piccolo Lazlo sembra destinato a un’esistenza anonima. Eppure il bambino rimane affascinato dai racconti confusi di un monaco anziano, racconti che parlano della città perduta di Pianto, caduta nell’oblio da duecento anni: ma quale evento inimmaginabile e terribile ha cancellato questo luogo mitico della memoria del mondo? I segreti della città leggendaria si trasformano per Lazlo in un’ossessione. Una volta diventato bibliotecario, il ragazzo  alimenterà la sua sete di conoscenza con le storie contenute nei libri dimenticati della Grande Biblioteca, pur sapendo che il suo sogno più grande, ossia vedere la misteriosa Pianto con i propri occhi, rimarrà irrealizzato. Ma quando un eroe  straniero, chiamato il Massacratore degli Dei, e la sua delegazione di guerrieri si presentano alla biblioteca, per Strange il Sognatore si delinea l’opportunità di vivere un’avventura dalle premesse straordinarie. “Il sognatore”, primo capitolo della nuova duologia di Laini Taylor, già autrice dell’acclamata trilogia “La chimera di Praga”, non fa che confermare il grande talento narrativo.

Laini Taylor è un’autrice molto apprezzata nel mondo del fantasy, è uno di quei nomi che vengono unanimemente recensiti in maniera positiva.

La trama di questo libro è tipicamente quella di un fantasy con una missione da compiere in un mondo costruito con particolare abilità dall’autrice. Il protagonista, come si può intuire dal titolo, è Lazlo Strange, un giovane studioso e sognatore, il quale è stato trovato da bambino e cresciuto in un monastero dove ha potuto scoprire le meraviglie della biblioteca. E all’interno dei libri che lui tanto ama ha scoperto la storia della misteriosa città di Pianto. La sorte,  incarnata dalla figura del Massacratore degli Dei, gli consente di uscire dal mondo protettivo del convento e di partire per svolgere una missione, e quindi per lui conoscere, nella città di Pianto.

La protagonista femminile è Sarai, figlia della perfida dea Isagol ma scampata, insieme ad altri dei,  al massacro avvenuto 15 anni prima, quando gli uomini si sono ribellati al potere degli dei e li hanno uccisi. Sarai ha il dono di entrare nei sogni degli uomini ed è proprio lì che incontra il Sognatore. Ci sono tanti altri personaggi degni di nota, lo stesso Massacratore ma anche Myma.

Per me il tema centrale di questo libro è l’impossibilità di distinguere il bene dal male perché essi sono quasi sempre strettamente intrecciati. Questa consapevolezza finisce per tormentare quei personaggi che sono consapevoli di aver dovuto agire in un determinato modo perché costretti dalle circostanze. Tutto questo però viene in contrasto con quei personaggi che sono totalmente innocenti e portatori di valori positivi, ma comunque sono oberati da un senso di colpa e di inadeguatezza che deriva dal loro passato.

Io ho trovato lo stile dell’autrice veramente affascinante. Dall’abilità nel costruire il mondo fantasy e i personaggi sfaccettati; alla trama avvincente e misteriosa dal ritmo incalzante. Ho trovato lo spunto della trama dei due protagonisti che si trovano nei sogni davvero affascinante e particolarmente toccante perché dà il senso di un forte legame emotivo. La scrittura è davvero molto bella e ricca, emotivamente molto toccante.

Pur non essendo una grande estimatrice né esperta di fantasy, ho trovato in questo un buon libro, scritto bene, costruito bene nella trama, con un significato di fondo per nulla banale. Potrebbe essere una bella lettura da suggerire ai ragazzi.


sabato 22 gennaio 2022

TRACY CHEVALIER: Strane creature


 

È il 1811 a Lyme, un piccolo villaggio del Sussex, sulla costa meridionale inglese. Le stagioni si susseguono senza scosse in paese e il decoro britannico si sposa perfettamente con la tranquilla vita di una provincia all’inizio del diciannovesimo secolo. Un giorno, però, sbarcano nel villaggio le sorelle Philpot e la quiete è subito un pallido ricordo. Vengono da Londra, sono eleganti, vestite alla moda, sono bizzarre creature per gli abitanti di quel villaggio spazzato dal vento. Margaret, diciotto anni, riccioli neri e braccia ben tornite, sorprende costantemente tutti con i suoi turbanti verdolini sconosciuti alle ragazze di Lyme, che se ne vanno in giro ancora con grevi vestiti stile impero. Louise, meravigliosi occhi grigi e grandi mani, coltiva una passione per la botanica che è incomprensibile in quel piccolo mondo dove alle donne è dato solo di maritarsi e accudire i figli. Ma è soprattutto Elizabeth, la più grande delle Philpot, a costituire un’eccentrica figura in quel paesino sperduto sulla costa. Ha venticinque anni. Dovrebbe comportarsi come una sfortunata zitella per l’età che ha e l’aspetto severo che si ritrova, ma se ne va in giro con una persona orgogliosamente libera e istruita che non si cura affatto di civettare con gli uomini. In paese ha stretto amicizia con Mary Aming, la figlia dell’ebanista. Quand’era poco più che una poppante, Mary è stata colpita da un fulmine. La donna che la teneva tra le braccia e le due ragazze accanto a lei morirono, ma lei la scampò. Prima dell’incidente era una bimba quieta e malaticcia. Ora è una ragazza vivace e sveglia che passa il suo tempo sulla spiaggia di Lyme, dove dice di aver scoperto strane creature dalle ossa gigantesche, coccodrilli enormi vissuti migliaia di anni fa. Il reverendo Jones, un uomo con il volto squadrato, i capelli a spazzola e le labbra sottili che non stanno mai ferme, dice che le cose non possono stare in questo modo, perché sarebbe contrario alla Bibbia. Dio non può avere creato delle bestie così grandi per poi sbarazzarsene. Elizabeth Philpot però non solo presta fede alla ragazzina, ma la protegge anche dai cacciatori di fossili e dagli avventurieri che accorrono a frotte a Lyme. Tra questi anche l’affascinante colonnello Birch, un militare dritto e sicuro di sé dai bei capelli folti e neri, che infrange il cuore di Mary e suscita una morbosa, irresistibile attrazione nella maggiore delle Philpot. Basato sulla storia di Mary Aming, la ragazzina che a Lyme Bay portò alla luce il cranio del primo ittiosauro e rese così possibile quella svolta negli studi sull’evoluzione che trovò il suo coronamento nel 1859 con la pubblicazione dell’Origine della Specie di Darwin. Strane creature è una delle opere più riuscite di Tracy Chevalier: un’avvincente storia di donna che lottano contro le ottuse convenzioni di un’epoca per aprire la strada al progresso e alla conoscenza.

Tracy Chevalier è un’autrice di cui ho letto già diversi libri. Dal primo e notissimo La ragazza con l’orecchino di perla, davvero suggestivo a L’ultima fuggitiva a questo Strane creature. L’autrice parte quasi sempre da vicende o personaggi realmente esistiti, come in questo caso.

Questo è decisamente un romanzo al femminile. Le due protagoniste, nonché voci narranti che si alternano, sono la matura e benestante Elizabeth Philpot che ha una vera e strana passione per i fossili e dall’altra parte la popolana Mary Aming, colei che ha trovato il primo esemplare di ittiosauro e che quindi ha dato al la allo sviluppo degli studi e al successivo sviluppo delle teorie evoluzioniste di Darwin. Sono due personaggi vagamente austiniani in quanto, anche se vagheggiano un incontro sentimentale, alla fin fine scelgono di difendere la loro autonomia e indipendenza nonché la passione per lo studio.

I temi che la storia potrebbe suggerire sono vari e alcuni molto interessanti: dall’emancipazione femminile agli interrogativi di tipo scientifico ma anche teologici sulla storia della Terra e degli esseri viventi che l’hanno abitato. Questi temi restano, però, soltanto in superficie in quanto l’interesse prevalente dell’autrice è quello di raccontare la storia di due donne di cui la Storia ha ricordato ben poco ma che tanto merito hanno avuto nello sviluppo della ricerca scientifica, è un omaggio a loro.

Lo stile di Chevalier è sempre molto piacevole e scorrevole. In questo caso abbiamo due narratrici interne che si alternano e che ridanno voce a chi voce non ha avuto dalla Storia. Ciò che mi ha lasciato un po’ perplessa è che le due voci, quella di Elizabeth e quella di Mary, due donne profondamente diverse per educazione, origine, esperienza risultino così simili, poco differenziate.

Questo libro mi è piaciuto abbastanza, non mi ha affascinata come La ragazza con l’orecchino di perla, non l’ho trovato altrettanto suggestivo. Tuttavia è una lettura piacevole, con una trama abbastanza insolita e originale e con due figure femminili molto interessanti.

sabato 15 gennaio 2022

ANNE GRACIE: Il bacio perfetto

 

UNA MISSIONE DI ONESTA’, UNA RISPOSTA DI SEDUZIONE

Tre anni dopo il debutto in società, Grace Merridew si è ormai rassegnata: non troverà mai l’amore. Alla partenza per un lungo viaggio, vuole essere al fianco di un’amica che non riesce a colmare la distanza sentimentale con il futuro sposo. Dominic Wolfe, al quale le donne non sono mai mancate, è infatti interessato solo alla ricca dote di nozze. Cosa che Grace non esita a rinfacciargli. Una audacia che lui trova immediatamente stimolante. Desiderata da un uomo tanto sfrontato, saprà Grace resistere?


domenica 9 gennaio 2022

NATHANIEL HAWTHORNE: La lettera scarlatta


 

Pubblicato nel 1850, La lettera scarlatta è uno dei più importanti romanzi nordamericani dell’Ottocento. Nelle intenzioni dell’autore esso doveva rappresentare al meglio lo spirito puritano dell’epoca coloniale americana. Nella società puritana la libertà dell’individuo coincideva con il bene della comunità, che doveva essere purificata da ogni elemento estraneo, considerato al soldo di Satana. Per questa ragione le autorità imponevano stili di vita improntati a un inflessibile rigore morale. E chi infrangeva gravemente le regole poteva incorrere persino nella pena di morte. Nel libro, una giovane sposa, amante del pastore Arthur Dummesdale, manifesta fisicamente i segni della sua relazione extraconiugale con il predicatore. Nulla riesce a farla confessare, nemmeno le minacce, e per questo viene schivata da tutti, e infine condannata a portare sul petto una fiammante lettera A, che la additi allo sguardo pubblico come un’adultera. Intorno a questa vicenda si dipana il progressivo insinuarsi nei personaggi di un tormentato lavorio psichico, che li spingerà, in taluni casi, sull’orlo della pazzia. Il libro è stato fonte di ispirazione per numerose trasposizioni cinematografiche.

Hawthorne è uno dei grandi maestri della letteratura americana. Ha una produzione letteraria molto ampia ma io di lui conosco solo questo libro che avevo letto tantissimi anni fa e che ho avuto modo di riprendere.

La vicenda ruota attorno alle vicende di una piccola comunità di puritani nel New England, intorno alla metà del XVII secolo. La vicenda ha una precisa ricostruzione storica di un mondo che era regolato in modo talmente rigido e con una precisa severità nei confronti di coloro che contravvenivano a queste norme. Hester Prynne ha commesso il gravissimo errore di avere una relazione extraconiugale, che ha dato come frutto una bambina. Per questo motivo è condannata a tenere una lettera scarlatta A sul petto che lei ha prontamente realizzato con un civettuolo regalo. Secondo me, Hester è un personaggio che giganteggia su tutti gli altri. Nonostante venga additata come peccatrice lei passa davanti a tutti a testa alta, anche se è vero che lei accetta il comune sentire addossandosi il peso del peccato, ma sa sopravvivere al biasimo generale. Dall’altra parte, il pastore Arthur Dimmesdale, a mio parere, non riesce a starle alla pari. Innanzitutto si capisce da subito che lui è il responsabile della caduta di Hester. Al di là della tenerezza che passono suscitare i suoi sentimenti sinceri, la sua codardia non può far altro che suscitare il biasimo del lettore. Il terzo lato del triangolo è dato dal dr Chillingworth che nasconde l’identità del vero marito di Hester. Lui rappresenta questa forza oscura e demoniaca, avrebbero detto i puritani del ‘600, che scava un baratro nel cuore del pastore. Infine c’è la piccola Pearl, la bambina elfo, che, a mio parere, rappresenta la libertà, quella forza vitale che sopravvive a tutte le catene che la società impone.

Naturalmente il tema fondamentale è una critica lucida e consapevole della società americana delle origini che, inevitabilmente, ha conseguenze nella società del tempo di Hawthorne. Questi integerrimi puritani bravi a puntare continuamente il dito e che non vede l’assurdità delle proprie superstizioni. Hawthorne, evidentemente figlio dell’illuminismo e del positivismo, non può far altro che ridere amaramente dei suoi antenati e non solo. Ma soprattutto questi integerrimi cittadini mostrano l’incapacità di accettare l’altro, il diverso.

La scrittura di Hawthorne è indubbiamente ricca e complessa. In essa predomina il tono ironico e l’uso della metafora continuata e prolungata. È un testo in cui predominano le sequenze riflessive e necessita di una grande concentrazione.

Non è un caso che questo testo sia un classico della letteratura americana. Si inscrive nella tradizione dei romanzi storici in cui l’autore afferma di aver trovato un manoscritto con questa storia. Una storia che appartiene al XVII secolo, ma che Hawthorne riusciva a riferire al suo tempo e che, forse, noi dovremmo immaginare come applicabile alla società americana, e non solo, dei nostri giorni.

 

sabato 18 dicembre 2021

JONATHAN COE: L’amore non guasta


 

Si direbbe che per Jonathan Coe il momento in cui si decide il destino di un individuo non sono i primi anni di vita, come suggerisce la psicoanalisi, ma quella sconfinata adolescenza e quel perpetuo fuoricorso che cominciano subito dopo aver lasciato il liceo e la famiglia e che corrispondono al vegetare dentro il calore debole ma protettivo di un’università di provincia, seguendo la trafila delle sessioni, degli esami, della laurea, di una tesi di dottorato sempre da scrivere e mai scritta. Robin si è laureato a Cambridge ma da oltre quattro anni sta preparando il dottorato a Coventry, cittadina rasa al suolo due volte, prima dalle bombe tedesche poi dall’ultra liberismo della signora Tatcher. Un male oscuro sembra consumarlo, forse il ricordo di un amore lontano e mai dichiarato che lo tortura come il primo giorno. Intorno a questo “male” e alla misteriosa tesi di dottorato di cui nessuno ha visto una riga, monta un clima di catastrofe imminente. Basterebbe un “tocco d’amore”, forse. Forse l’amore non guasterebbe. Ma è proprio lì che Robin si scopre muta, impotente. Jonathan Coe tesse in questo suo secondo romanzo i primi fili di quell’immensa tela che sarà La famiglia Winshaw.

Jonathan Coe è un autore inglese molto prolifico, di cui mi avevano parlato molto bene, ma di cui non credo che leggerò altro.

Faccio fatica a spiegare questo libro perché ha una struttura molto particolare, con una trama centrale ma frammentata e gli inserti dei racconti di quello che è il protagonista (probabilmente) anche se non il personaggio principale. La trama si sviluppa con una serie di quadretti che servono a descrivere ed interpretare alcuni momenti fondamentali di Robin, un giovane depresso, inetto, che trascina avanti i suoi giorni, senza trovare uno scopo per portarla avanti, senza trovare persone con cui condividere realmente la propria esistenza. Robin ha un rapporto poco risolto soprattutto con l’altro sesso, non ha la capacità di costruire dei rapporti. Attorno a lui ruota una serie di personaggi che non lo conoscono realmente, forse perché lui non si è saputo rivelare. Questi personaggi, a loro volta, vivono dei rapporti frustrati e hanno delle vite poco “vere”.

In questo libro ho trovato soprattutto il tema dell’alienazione del mondo moderno. L’ambiente universitario, ad esempio, è abitato da uomini frustrati, poco realizzati, che nascondono i loro fallimenti anche a loro stessi, che non sono in grado di costruire rapporti realmente umani. L’unico a rendersi conto di tutto questo è Robin, ma questo avrà su di lui conseguenze inevitabili. E lui con il suo esempio e la sua scrittura lascerà un segno indelebile sugli altri.

Inutile negare che lo stile non mi è piaciuto affatto. La struttura dell’opera, frammentata e inframmezzata, mi ha abbastanza distratta. Così come il fatto che non esista una vera e propria trama, ma una serie di scene e di situazioni. L’azione è pressoché assente, prevalgono i dialoghi che sono piuttosto cerebrali, alla lunga mi stancavano tutte queste riflessioni sui rapporti umani.

Non mi è piaciuto. Nonostante sia un romanzo breve, ho fatto una enorme fatica a finirlo, proprio perché mi stancavo piuttosto facilmente nel seguire le elucubrazioni dell’autore e dei suoi personaggi.

sabato 11 dicembre 2021

KAREN MARIE MONING: Highlander. L’ultimo dei templari

 

Nel Quattordicesimo secolo l’Ordine dei Templari viene messo al bando; i suoi cavalieri, perseguitati in tutta Europa, vengono accolti in Scozia, in grande segretezza. Circenn Brodie è uno di loro, un guerriero immortale, custode delle reliquie sacre dell’Ordine e di una boccetta dal contenuto magico, appartenente al popolo delle fate. Il suo è un mondo retto da formule magiche e regole antichissime. Quando Lisa Stone viene catapultato dai giorni nostri in un castello medievale, tra le braccia dell’affascinante guerriero, la sua vita sembra crollare in un istante. Sarà un sogno o un terribile scherzo del destino? Nessuno dei due è pronto a questo incontro, ma nulla potranno contro la magia che sta per travolgerli.


domenica 5 dicembre 2021

YU HUA Il settimo giorno

Yang Fei esce di casa una mattina e trova una nebbia fitta mista a una strana neve luminosa: è in ritardo per la sua cremazione. Inizia così il viaggio nell’Aldilà di un uomo vissuto, troppo brevemente, nella Cina del capitalismo socialista e delle sue aberranti contraddizioni. In un’avventura di sette giorni, il protagonista incontrerà persone care smarrite da tempo, imparando nuove cose di loro e di se stesso. Conoscenti e sconosciuti gli racconteranno, poi, la propria storia nell’inferno vero, l’Aldiquà: demolizioni forzate, corruzioni, tangenti, feti buttati nel fiume come rifiuti, miriadi di poveracci che pullulano in bunker sotterranei come formiche, traffico di organi, consumismo sfrenato… La morte livella finalmente le diseguaglianze, svelando l’essenziale, e i cittadini di questa necropoli soave uscita dalla penna di Yu Hua ci insegnano tutta la semplicità dell’amore.

Yu Hua è un interprete della Cina moderna e della sua evoluzione negli ultimi decenni. Dopo aver letto Brithers: la saga, da molti ritenuto il suo lavoro più importante, ho avuto la curiosità di leggere altro di suo.

Questo libro ha una trama più esile, ma allo stesso modo dell’altro libro che ho letto, pullula di personaggi dei quali l’autore sa darci delle pennellate destinate ad imprimersi nella memoria del lettore. Yan Fei, che è il protagonista, muore all’improvviso e, anche a causa della sua povertà, è destinato a non avere sepoltura. Come tutti i morti nella sua stessa condizione si ritrova come in un grande giardino (che mi ha un po’ ricordato i Campi Elisi di classica memoria). Qui Yang Fei incrocia persone la cui vita si era intrecciata con la sua, dalla ex moglie ai vicini di casa e tutti gli spiegano le ragioni del loro trovarsi lì. Molti di questi personaggi hanno avuto una morte violenta, in alcuni casi accidentale, e comunque hanno affrontato una morte che ha dato fine a una vita molto dolorosa.

Naturalmente, il tema centrale è quello della morte. Yang Fei e i suoi compagni di avventura sono come smarriti di trovarsi nell’Aldilà, visto che la maggior parte di loro è morta in circostanze accidentali. Lo stesso stupore nasce anche dal guardarsi intorno e trovarsi in una realtà assolutamente piacevole. Se quindi rimpiangono i cari che hanno lasciato sulla Terra (straziante l’episodio di una coppia uccisa in seguito alla demolizione della loro casa, che non sa cosa ne è stato della loro bambina), ma non rimpiangono la loro vita. Proprio perché ci troviamo di fronte ad anime di persone che non si sono potuti permettere una cerimonia funebre, questo mondo è  abitato da derelitti che ci raccontano come le trasformazioni della Cina moderna abbiano creato un substrato di sconfitti, un mondo di violenza, di sopraffazione e di enormi disparità. Ritorna quindi la denuncia di Yu Hua rispetto allo sviluppo economico del suo paese.

Lo stile di Yu Hua è estremamente narrativo, veloce, fa un ampio uso di dialoghi ed è estremamente vivo. In questo caso abbiamo la voce narrante, che è quella del protagonista. Il tono, ancora una volta per questo autore, è un continuo saltare da un tono serio, quasi lirico, ad affermazioni paradossali, anche se le situazioni sono meno comiche rispetto a quanto visto in Brothers. Molto più che nell’altro libro, ho trovato in questo un tono malinconico di una persona che ha capito che il vero inferno si trova in realtà in questo mondo.

Anche questo libro mi è piaciuto molto, ho ritrovato gli stessi temi dell’altro libro, anche se con una voce leggermente diversa. Ho ritrovato un autore estremamente originale nel raccontare la sua realtà. Attraverso lui sto imparando anche a conoscere la sensibilità di un popolo, quello cinese, molto lontano dalla mia. Conto di leggere altri suoi libri.